Ti trovi in:

Conoscere Carano » Tradizioni » Storie e Leggende

Storie e Leggende

di Lunedì, 28 Aprile 2014

Il comune di Carano è da sempre fonte ispiratrice di storie e leggende, fin dall'antichità. Di seguito riportiamo le più famose, tratte da un libro scritto nel 1988 da Candido Degiamepietro dal titolo: "Fiabe, leggende e saghe fiemmesi"

L'erba del campanile
Bisogna sapere che, al tempo dei tempi, il tetto di scandole del campanile di Carano era in cattivo stato ed aveva urgente bisogno di essere rifatto.
Ma i reggitori della Regola non riuscivano a mettersi d'accordo sul materiale di copertura a cui dare la preferenza. Alcuni volevano si ritornasse alle scandole usuali, mentre i profressisti che avevano girato il mondo e visto tante cose, propendevano per un tetto rivestito di lastre di rame, come da poco lo era il campanile di S.Maria di Fiemme a Cavalese.
Le discussioni si ripetevano ad ogni "placito" di Regola; gli animi si riscaldavano, correvano parole grosse, volava qualche pugno, ma, ahimè! Non si arrivava ad alcuna conclusione. Ed intanto lassù, in cima al campanile, le scandole avevano finito col marcire completamente.
Finalmente un inverno fu indetto un referendum mediante fagioli bianchi o neri, di cui ogni "Vicino di Carano poteva metterne uno in un "pintar" (orcio).
Chi votava per le scandole doveva mettere un fagiolo bianco, chi preferiva la lamiera di rame ne doveva lasciare cadere nel "pintar" uno nero.
Contati i fagioli, ne risultarono vincitori i fautori delle scandole.
Così in paese ritornò la calma e si decise che con la buona stagione si sarebbe provveduto alla copertura del tetto, secondo l'indicazione del referendum.
Giunta la primavera ci si accorse però che le vecchie scandole erano tanto marce, che su di esse era spuntata l'erba.
Il curato allora si rivolse ai Regolani reclamando per sè quell'erba, che, secondo lui, gli spettava di diritto.
Ma il sagrestano e campanaro lo contraddisse esblamando: "Eh no! Se il tetto fosse suonato mentre stavo suonando le campane, chi ne sarebbe stato la vittima? Io o il curato? Pertanto se il rischio maggiore finora era mio, è giusto che quell'erba tocchi a me!".
Ma la popolazione non fu d'accordo con nessuno dei due. Diceva la gente: "Le spese del rifacimento del tetto toccheranno a noi tutti, dunque anche l'erba dovrà essere di noi tutti".
Nacquero altre discussioni, volarono parolacce, ingiurie, minacce. Volò anche qualche punto. Finalmente si ricorse all'arbitrato d'un forestiero di passaggio, il quale, sentenziò: "La vostra chiesa di S.Nicolò col suo campanile è stata costruita da tutta la popolazione. L'erba cresciuta lassù dovrà perciò essere di tutta la popolazione". 
Convocati a Regola, i Carani, si chiesero: "Ma allora, come si dovrà spartire quella bracciata d'erba?"
Un regolano propose: "Tiriamo a sorte a chi toccherà e facciamola finita una buona volta!". Ma in quella proposta v'era troppo buon senso e fu lasciata cadere. Un "Vicino" saltò su a dire "Vendiamo quell'erba e spartiamo il ricavato fra i "fuochi" della Regola".
"Si ricaverebbe troppo poco ed in pratica non toccherebbe nulla a nessuno", ribattè uno più giudizioso degli altri.
Allora, dal fondo della sala della "Casa di Regola", un vecchio ch'era considerato il più saggio del paese, esclamò: "Per non fare torti a nessuno, sarebbe meglio farla brucare dal toro della stazione di monta".
La proposta incontrò l'approvazione generale.
Così, il giorno seguente, in vetta al campanile fu sistemata una carrucola su cui correva una lunga e robusta corda i cui capi scendevano fino a terra. Intorno al collo del toro fu posto un nodo scorsoio e gli uomini più forti del villaggio posero mano all'altro capo della corda e cominciarono a tirare. La povera bestia, alzata da terra col primo strattone e sentendosi strozzare dal cappio stretto intorno al collo, cominciò a dibattersi disperatamente. Gli uomini cominciarono ad issare rapidamente l'animale verso l'erba che gli era stata assegnata. Il torno nel disperato tentativo di respirare, strabuzzò gli occhi e cacciò fuori la lingua.
La folla, raccolta ai piedi del campanile, incoraggiava con grida ed evviva gli addetti alla corda, Quando poi si video il povero animale cacciar fuori la lingua, l'entusiasmo dei presenti, ed era l'intera popolazione, non ebbe più limiti "Guarda, guarda!", si gridava da ogni parte. "Vedi come agogna quell'erba? L'ha vista! L'ha vista! Ora caccia già fuori la lingua per brucarla! E' stata veramente una buona idea quella di assegnare l'erba al nostro toro!"
Questo aveva ormai raggiunto il tetto del campanile, ma qualche metri prima aveva già tirato le cuoia.
L'erba che non fu potuta brucare dal topo se la mangiarono le capre pochi giorni dopo, quando il tetto del campanile, per lo sforzo a cui era stato sottoposto nel tirarvi su il toro, precipitò sul sagrato e fu dovuto ricostruire al più presto perchè non si rovinasse anche il campanile sottostante.da: C.Degiampietro "Fiabe, leggende e saghe fiemmesi" - Edizioni Pezzini 1988
Della vecchia favola è rimasta ancora viva in Fiemme una frase che diceva "Eh! 'ha vista l'erba". La frase si usa con vari significati e con varie intonazioni. Talvolta significa che uno ha visto il tranello che gli viene teso, tal'altra che uno s'è accorto dell'utilitià d'una cosa e na ha tratto profitto.
Altre leggende...
Diverse altre leggende si narravano ancora a proposito delle presunte levate d'ingegno attribuite maliziosamente agli abitanti di Carano.
Si raccontava, ad esempio, che essi, avendo una volta bisogno di pali di ferro, per risparmiare sulla spesa, piantarono un campo di aghi. Erano certi che, inaggiandoli abbondantemente, gli aghi sarebbero rapidamente cresciuti fino a divenire robusti pali. 
Poichè però i desiderati pali non davano segno di crescere, ne venna data la colpa alle mosche, accusate di mangiare le gemme che stavano per spuntare. Furono allora posti ai bordi del campo due "saltari", due guardie campestri cioè. Armati di fucile ebbero l'ordine di sparare su qualsiasi mosca si fosse avvicinata al campo degli aghi. Ma avvenne che una mosca si posò sul petto di una delle guardie. L'altra, fedele alla consegna, scaricò il suo archibugio sull'insetto, con le conseguenze che ognuno può immaginare.
Un'altra volta, sempre a Carano, durante la processione, un colpo di vento strappò di mano al portatore il gonfalone. Lo stendardo finì in mezzo ad un campo di segale. Il proprietario, per evitare che il suo grano venisse calpestato, non volle permettere il recupero del gonfalone. Dopo varie e laboriose trattative, il contadino finalmente acconsentì, a patto che il recupero venisse fatto dal gonfaloniere, portato su di una barella per il trasporto della terra e dello stallatico, una così detta "zuèa", da quattro uomini. Così il gonfalone non avrebbe calpestato la segale.
Un'altra volta, desiderando ampliare un po' la chiesa, i Carano pensarono di raggiungere il loro scopo sospingendo le pareti dall'interno.
Deposte le giacche all'esterno della parete da spostare, entrarono nel tempio e si misero a spingere.
Dopo un po', temendo di esagerare nell'allargamento dell'edificio, uscirono per dare un'occhiata e prendere così visione dei risultati del loro sforzo. Nel frattempo era passata di là una carovana di zingari che, impadronitisi delle giacche incustodite, se l'era svignata alla svelta.
Gli uomini di Carano, visto che i loro indumenti non c'erano più, furono convinti d'aver allargato a sufficienza la loro chiesa e, pur rincrescendo loro le perdite delle giacche, a loro dire rimaste sotto la parere spostata, se ne ritornarono a casa contenti, convinti di avere, con minima spesa e poca perdita di tempo, creato nuovi posti per i fedeli.da: C.Degiampietro "Fiabe, leggende e saghe fiemmesi" - Edizioni Pezzini 1988Leggi anche:

  • La parcandola "de na procesion sa caran" a cura di Fabrizio Ciresa
Questionario
E' stata utile la consultazione della pagina?
E' stato facile trovare la pagina?

Inserisci il codice di sicurezza che vedi nell'immagine per proteggere il sito dallo spam